A roman villa by Lake Nemi. The Finds

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Titolo: A roman villa by Lake Nemi. The Finds. The Nordic Excavations by Lake Nemi, loc.S.Maria (1998-2002)
Editors: Edited by Mette Moltesen & Birte Poulsen. In collaboration with Kristine Bøggild Johannsen
Editore: Edizioni Quasar Roma 2010
Le immagini a corredo di questa recensione sono tratte dal volume al solo scopo illustrativo.

Reviewed by Antonella D'Ascoli in September 2011


Il pregevole volume pubblicato (col finanziamento della Carlsbergfondet) per i tipi delle Edizioni Quasar di Severino Tognon, Roma 2010, di complessive 655 pagine, è dedicato esclusivamente ai materiali rinvenuti nello scavo (effettuato in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Lazio) della villa in località S.Maria ubicata nell’area costiera sud-occidentale del lago di Nemi (parte del NEMI Archaeological Project cui si è dato vita da parte dei quattro Nordic Institutes di Roma sin dal 1996).
Erik Bach,
Director The Danish Institute, giustifica, nella Preface, il motivo del particolare interesse scientifico, da parte degli Istituti archeologici del nord Europa, per il territorio in questione, in particolare, per i Colli Albani, meta di viaggiatori nordici nel XIX secolo, autori di una ingente documentazione artistica, pittorica e disegnativa di quei luoghi, nonché fautori dell’acquisto, in particolare, da parte del magnate Carl Jacobsen, nel 1890, delle statue del Santuario di Diana.
Questi precedenti antiquari costituiscono la premessa degli scavi (finanziati con congrui contributi dal The Danish Carlsberg Foundation, The Swedish Fondazione Famiglia Rausing, The Joint Committee of the Nordic Research Councils for the Humanities -NOSH-) condotti, tra il 1998 ed il 2002, in stretta collaborazione tra la competente Soprintendenza Archeologica ed i quattro Istituti nordici a Roma: il Danish Institute (sede logistica del progetto), il Finnish Institute, il Norwegian Institute, e lo Swedish Institute.

nemi_gorgoneion_462Il volume si apre con una Introduction (Nordic Excavations of a Roman Villa by Lake Nemi, loc. S.Maria: an introduction) di Pia Guldager Bilde (pagg.13-19) ed ‘An Introduction to the finds’ di Mette Moltesen & Birte Poulsen (pagg.21-31). Seguono le seguenti Sezioni: Pottery and Glass (pagg.35-411), Metal and Coins (pagg.415-428), Sculpture (pagg.431-444), Finds related to the architecture (pagg.447-485), Miscellanea (pagg.489-491), Late-Antique Tombs (pagg.495-520), Other Organic materials (pagg.523-533), Appendix (pagg.537-594), Figures (pagg.597-655), ciascuna con altrettanti capitoli, quante sono le tipologie di materiali ivi recuperate, corredati ciascuno dalla puntuale documentazione grafica (le fotografie a colori di una scelta dei reperti, invece, sono raccolte alla fine del volume nella sezione Figures); i riferimenti planimetrici sono costituiti da due tavole (Plan A and B).
Nella Introduction (Nordic Excavations of a Roman Villa by Lake Nemi, loc. S.Maria: an introduction) la studiosa Pia Guldager Bilde sintetizza i risultati dello scavo, condotto mediante 60 trincee che hanno messo in luce circa il 10% della superficie della villa, di circa 45.000 m2 compresi i giardini, precisando che in questo volume si presentano solo i materiali, mentre in un successivo volume, previsto per il 2012/2013, si darà conto dell’architettura della villa, dei marmi che la ornavano, nonché delle trincee di scavo.
Una precisazione è d’obbligo: la villa viene definita “a large palatial villa”.
Anteriormente alla villa si sono recuperati frammenti sporadici di impasto risalenti al Bronzo Medio, nonché evidenze più consistenti per il Bronzo Finale-inizi Età del Ferro, indizio di una occupazione più costante da parte di una piccola comunità perilacustre.
Le evidenze struttive più recenti, antecedenti all’impianto della villa, sono, invece, da collegare al santuario di Diana che fiorisce tra il 300 a.C. e la seconda metà del II secolo d.C., e consistono in un emissario i cui bracci (uno superiore ed uno inferiore con una serie di camere) scavati nella roccia avevano la finalità di mantenere basso il livello dell’acqua del lago e di inibirne le esondazioni.
Il braccio superiore è stato datato, in base alla ceramica a vernice nera, al 300 a.C., datazione che si allinea con la prima fase in opus quadratum delle strutture del santuario. Le fasi della villa (che fu completamente abbandonata in seguito ad una catastrofe naturale nel 150 d.C.) sono così definite:

  • Phase 1, tardo-repubblicana, metà I secolo a.C.
  • Phase 2, età alto-imperiale, circa 20-40 d.C.
  • Phase 3, età tardo neroniana-alto flavia, 60-80 d.C.
  • Phase 4, età adrianea intorno al 120 d.C.

La villa era situata su una terrazza artificiale, disposta parallelamente alla costa, ampia circa 260 m. x 60 m., alta 9 metri; il muro di terrazzamento era, nella sua prima fase in opus caementicium, poi, rifatto nella terza fase e munito di fornici in facciata. La sostruzione (a seguito di indagini, parziali, limitate dall’uso attuale dei terreni soprastanti) doveva essere chiusa da ali laterali perpendicolari ad essa, e così anche la pianta della villa doveva avere “an overall Π-shaped form”; la studiosa segnala confronti, dalla Campania, in particolare, da Pompei, con evidenze struttive allineate al 3° - 4° stile della pittura parietale.
La villa era esclusivamente una villa d’otium, con quartiere residenziale padronale, terma ed un quartiere settentrionale servile. Al di sopra del muro di terrazzamento correva un portico con vista sul lago, e su di esso si aprivano numerosi cubicula; in uno di questi (con pavimento in opus spicatum) il ritrovamento di un piccolo capitello corinzio e di un fregio in stucco, di scala diversa rispetto al fregio che ornava il muro, ha indotto ad ipotizzare la presenza di un lararium.
Il settore centrale era incentrato attorno ad un peristilio con colonnato tuscanico o ionico, il cui portico era pavimentato in isodomo listellato; verso il lago si apriva un sontuoso triclinium, nonché cubicula pavimentati in opus sectile; dedicati agli ozi del proprietario dovevano essere anche gli ambienti del settore meridionale.
Parallelo al muro di terrazzamento della villa era un canale monumentale di 63 mt. di lunghezza (4,3 mt. di ampiezza e 1 mt. di profondità) costruito agli inizi del I secolo d.C., la cui estremità meridionale terminava con un muro curvilineo, probabilmente un bacino circolare verso cui menavano delle scale, poi, trasformato in una forma Π-shaped, con portico retrostante e giardino.
Vengono, poi, segnalati una cisterna di 37 mt. di lunghezza, ed un piccolo nucleo di ambienti termali, nonchè una grande esedra (Plan B).
Quanto ai rivestimenti marmorei (con marmi da tutto il bacino del Mediterraneo, nonché graniti e porfidi) ed alle pitture parietali (tracce di 2° stile e di pitture di giardino), se ne conferma il rinvenimento nei riempimenti ma anche in situ; lastre Campana, invece, decoravano i portici.
I giardini sono stati indagati da un team of specialists in garden excavations; dai resoconti degli scavi del 1880 si ricavano informazioni sugli arredi (erme, crateri di marmo, candelabri) di cui si è persa traccia.
La villa, le cui attività costruttive sembrano allineate a quelle del santuario, è stata già interpretata da Pia Guldager Bilde, con argomentazioni, come la villa di C. Iulius Caesar in nemore o in nemorensi.
Nella tarda antichità (V-VII secolo d.C.) l’area della villa fu trasformata in necropoli, con spoliazione dei materiali (tegole, lastre di marmo). Il settore delle terme, invece, in epoca medievale e rinascimentale (cfr.: ceramiche di questi periodi ivi recuperate) dovette trasformarsi in una calcara.

Nel capitolo An Introduction to the finds (pagg.21-31), Mette Moltesen & Birte Poulsen presentano una sintetica rassegna (ordinata in base alle varie fasi di attività del sito e della villa) di tutti i materiali (prevalentemente frammentari) rinvenuti durante le cinque campagne di scavo (con relativa, essenziale, bibliografia, e documentazione grafica).
Si comincia dai reperti protostorici, frammenti di ceramica di impasto databili alla metà del secondo millennio a.C. (media Età del Bronzo, XIV secolo), nonché frammenti di olle e pesi da telaio del Bronzo Finale; nonché anforette e coppe carenate della prima Età del Ferro (periodo laziale, X-IX sec. a.C.), di cui si è osservata una particolare concentrazione nelle trincee AA ed AN, indizio di un piccolo insediamento, nonché su tutta l’area indagata indizio, quest’ultimo, di una frequentazione estesa e non occasionale.
I materiali protostorici sono trattati, più avanti, dallo studioso Nicola Bruni (pagg.35-48) nel capitolo ‘Ceramica d’impasto protostorica’ (Sezione: Pottery and Glass).
Qui si ribadiscono l’orizzonte cronologico dei ritrovamenti, le forme ceramiche (tutte non lavorate al tornio), che consistono in frammenti di coppe carenate, di olle, di orcioli, di fondi, e di anse (da segnalare il ritrovamento di un peso discoidale forato che l’Autore mette in connessione più con le attività della pesca, in quanto recuperato nel saggio AF, uno dei più vicini alle sponde del lago, piuttosto che con quelle della tessitura), le caratteristiche degli impasti (più grossolani e con inclusi organici quelli delle forme di maggiori dimensioni), le tecniche di fabbricazione (prevalente quella del cercine o colombino).
L’insieme dei materiali, viene ribadito, non permette ‘un’esaustiva classificazione tipologica delle fogge’; i frammenti di ceramica ‘appenninica’ recuperati si datano nella fase terminale della media età del bronzo (Bronzo medio 3), quasi del tutto assenti reperti del Bronzo recente, attestati, invece, frammenti del Bronzo finale; il maggior numero di frammenti si colloca nell’orizzonte cronologico della II fase della cultura laziale (inizi età del Ferro, X-IX sec. a.C.), un solo frammento è ascrivibile all’età del ferro avanzata (VIII-VII sec. a.C.).
Gli Autori del capitolo An Introduction to the finds accennano, poi, alla vernice nera (Black gloss) che rientra in due fasi, l’una contemporanea alla costruzione di uno dei bracci dell’emissario (‘…was found in the closing material of the older upper inlet of the Emissary’), appartenente all’orizzonte cronologico dell’iniziale III sec. a.C. (trincea EL); mentre un altro nucleo è di tarda età repubblicana (I sec. a.C.).

L’argomento è oggetto dello specifico capitolo Black Gloss di Ria Berg (pagg.49-62) che prende in esame 51 dei 184 frammenti di vernice nera recuperati.
La classificazione segue la tipologia di Morel. Si individuano 10 fabrics, tra cui, la Fabric 1 che rappresenta una produzione locale, essa viene classificata come un ‘bioid group’, e datata alla fine II-I sec. a.C.; un altro consistente gruppo di reperti è afferente ad una Fabric 2, questi vengono attribuiti all’Atelier des petites estampilles e datati all’inizio del III sec.; un unico frammento (Cat.47, Fabric 10) viene inquadrato nella produzione aretina a vernice nera della prima metà del I sec. a.C.; seguono la cronologia delle forme, bolli e graffiti, infine, il catalogo dei frammenti.
Le forme individuate si collocano tra la fine del IV sec. a.C. (con l’unico esemplare, un frammento di un’ansa di skyphos sovradipinto, Cat.38), l’iniziale e prima metà del III sec. con i materiali dalla trincea EL (coppe emisferiche con orli estroflessi Cat.16, phiale mesomphalos Cat.4, frammenti della forma ‘fish plate’ Cat.1-2), mentre databili al tardo III-inizi del II sec. sono le forme Cat.14-15.

I materiali che rientrano nella classe Cooking ware (classe di materiali resistente al fuoco usata per la preparazione di cibi a contatto direttamente col fuoco o in forno), attestata dalla media età repubblicana fino al tardo antico (cui si fà cenno già in An Introduction to the finds, pagg.21-31), sono oggetto di specifico approfondimento nel capitolo a firma di Louise Mejer (pagg.63-116).
L’Autore suddivide, dal punto di vista morfologico, i reperti analizzati (per la maggior parte frammenti) in pans, casseroles, olle, bowls, lids, miscellaneous forms (“Each main group has then been further subdivided into typological forms”); la tipologia seguita è quella proposta da Pia Guldager Bilde nell’edizione dei materiali di CW del Tempio di Castore e Polluce del Foro romano (CP, 2008), e quando si rende necessario si segue, invece, la classificazione tipologica di Olcese 2003.
Viene precisato, inoltre, che la datazione dei reperti di CW è sempre rafforzata dall’associazione con altri materiali datanti.
Quanto agli impasti ed al trattamento della superficie si individuano 8 fabrics.
Quindi, la Pan Form 1 (CP Form 1 and 6) ad orlo bifido (forma cha va dal tardo periodo repubblicano, II-I sec.a.C. fino al II d.C.), nello scavo in questione, si è rinvenuta in 6 differenti trincee, nonché in superficie; quella rinvenuta nella trincea DB, in particolare, nei layers SU 21 e 26, si dice databile al periodo repubblicano; mentre di alcuni frammenti, classificati come Fabric 8, si indica un’origine africana, per le forti analogie con l’African Red Slip.
Mentre la Pan Form 2 (Olcese, A. IV. Tegami, Tipo 9) è caratterizzata da un ampio orlo che funge anche da presa (la forma è datata ad Ostia dall’età flavia all’ultimo quarto del II d.C.).
Segue l’analisi delle pentole (casseroles) individuate come tali solo in base agli orli:
Form 1
-Olcese, A.I.1. Pentole a tesa breve e ricurva, Tipo 1A-;
Form 2
-Olcese, A.I.1 Pentole a tesa breve e ricurva, Tipo 1b-;
Form 3
-CP Form 18- (questa Form 3, caccabus, con orlo ad ampia tesa orizzontale, è ulteriormente specializzata in Form 3a, Form 3b, Form 3c, Form 3d, Form 3e, Form 3f );
Form 4
(4a e 4b), databile al I-II d.C. (ad Ostia, in particolare, tra il 160-190 d.C.) è caratterizzata da ampia tesa piana e margine arrotondato o squadrato -Olcese, A.I.2. Pentole a tesa, Tipo 5A and Tipo 5B-;
Form 5
-con orlo orizzontale, appuntito verso il basso, essa si avvicina alla Form 4 ma con un orlo triangolare più affilato (i più stringenti confronti con frammenti rinvenuti ad Ostia e datati tra il 190-240 d.C.; sebbene la forma si prolunghi fino al V secolo e sporadicamente nel VI).
Casserole Form 6
è rappresentata solo da round-bottomed bases.
Segue l’analisi della forma Olla, forma caratterizzata da un diametro minore all’orlo rispetto al diametro del corpo, a base piana, faceva uso di coperchio, era usata per cuocere il cibo sul fuoco o per la sua conservazione e trasporto. L’inquadramento tipologico segue quello di Guldager Bilde e di Olcese.
La Form 1 (Olcese, A. III.1. Olla ovoide con bordo svasato e ingrossato -a mandorla del tipo più antico- Tipo 1 e Tipo 2) è ulteriormente suddivisa in Form 1a e Form 1b; essa è una variante più antica della Form 2 dal tipico orlo a mandorla. Il nucleo più consistente si è rinvenuto nella trincea EL; la Form 1a si differenzia, per il collo prevalentemente rettilineo, diverso dalla Form 1b dove esso tende all’aggetto. I confronti con i materiali da La Giostra fanno propendere l’Autore per una datazione al IV-III a.C..
La Form 2 (CP Form 13), tipica del periodo tardo repubblicano-età augustea, con orlo a mandorla e corpo slanciato, è suddivisa in 2a, la cui mappa di distribuzione preliminare redatta dalla Olcese indica un cluster nell’Italia centrale, e la 2b con più ampia diffusione nelle zone costiere del Mediterraneo settentrionale.
La Form 3 (CP Form 14), caratterizzata da un piccolo orlo arrotondato e tornito, è suddivisa dall’Autore nei gruppi Form 3a 3b (di età tardo repubblicana), 3c (caratterizzata da un orlo appiattito ed orizzontale, assegnabile all’età flavia), 3d (tutte corrispondenti a CP 14a-d).
La Form 4 (CP Form 16) ad orlo spesso arrotondato (Form 4a) o appuntito (Form 4b), ha collo conico talvolta separato dal corpo del vaso da un solco; si tratta di una forma attestata dalla fine del I sec. a.C. a tutto il I d.C., con attestazioni tarde ad Ostia negli strati del 160-190 d.C.. La Olcese individua centri di produzione in Sutri e La Celsa.
La Form 5 (CP Form 20), attestata tra la tarda età repubblicana ed il periodo flavio, presenta a vertical off-set incurved rim, ed una o due anse verticali.
La Form 6 (this olla has a relatively high vertical and slightly concave outer rim, which on the interior slopes downwards) è presente a Nemi; i confronti, da Pontecagnano e da Stobi, permettono di inquadrare la forma, rispettivamente, al tardo IV-inizi III sec. a.C., ed alla metà III-metà IV d.C..
La Form 7, invece, ad orlo triangolare, è confrontata con un esemplare da Olevano Romano, datato tra il II a.C. e la fine del I d.C..
La Form 8, è caratterizzata da un orlo tornito ed arrotondato, trova confronti con reperti da Olevano Romano (con leucite, dai Colli Albani) datati tra il II a.C.-I d.C. (età cesariana-età giulio-claudia), sebbene esista un confronto formale tardo (IV-V d.C. da Leptis Magna).
La Form 9 caratterizzata da un orlo arrotolato e talvolta spigoloso, è inquadrabile al I a.C. in base ad uno stringente confronto da Cosa.
L’Autore, poi, analizza le altre morfologie:
la Form 10, vicina alla Form 3a-b;
la Form 11 (simile alla Form 6 ma di diametro inferiore, orlo con incavo interno per l’alloggiamento del coperchio, considerata spesso una brocca, trova confronti con la Campania, ma qui non è presente l’incavo interno; è in uso dal I a.C. al II d.C.);
la Form 12 (con i sottogruppi 12a-12b-12c-12d) di cui si dice che non può essere con certezza inquadrata tra le olle;
la Form 13 (CP Form 17a-c), con i sottogruppi 13a e 13b, che comprende una serie di fondi appartenenti a differenti morfologie di olle.
L’Autore si sofferma sulle restanti forme: bowls (4 forme, di cui la 4 con sottogruppi), la Form 1 è caratterizzata da un orlo ad uncino più o meno pronunciato, e con collo distinto da una carenatura; lids (4 forme, di cui la 1 e la 2 con sottogruppi); infine, miscellaneous forms.



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