Armement et auxiliaires gaulois - Page 3

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Armement et auxiliaires gaulois
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La Troisième partie è dedicata all’armamento nelle Gallie durante i secoli II e I a.C.; essa si apre con un’analisi di sintesi circa le fonti archeologiche anche a mezzo di diagrammi a barre; segue la trattazione tipo-cronologica. Si comincia con le armi di punta (fourreaux et épées/glaives) di tradizione celtica e romana.
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Il paragrafo 7.1.1 contempla i foderi e le spade (épées) di tradizione celtica.

  • Il paragrafo “Les fourreaux et épées de tradition celtique” contempla Fourreaux du type 2 de Giubiasco (variantes a, b, et c) et leur épée (il tipo è caratterizzato da un fodero a puntale -bouterolle- lungo con bordi paralleli e ponticello a staffe –pontets à pattes- corte o a staffa inferiore lunga; la datazione è tra la fine del LT C2 e l’inizio del LT D1a, quindi nel corso del II sec. a.C.; le spade associate hanno lame tra i 73-87 cm., a fendenti paralleli, punta arrotondata, sezione a losanga o lenticolare; all’interno del tipo l’Autore indica tre varianti –il modello è basato sui ritrovamenti di Giubiasco-: variante a avec desbouterolles à pinces emboutit;variante b avec des bouterolles à une ou deux pinces plates; una terza variante c: pontets à pattes inférieures longues, des entrées campaniformes ou droite et des bouterolles très longues à bords parallèles); Fourreaux de type Ludwigshafen (variante 3c de Giubiasco), de type Montmartin, de type Ormes et de type Pîtres (variante 3b de Giubiasco) et leur épée (il tipo Ludwigshafen, in ferro o in bronzo, del LT finale, individuato a partire dal ritrovamento del 1886 nel porto renano omonimo, è caratterizzato da un fodero con ingresso diritto, da un puntale pieno, lungo c.35-40 cm., provvisto di una zona intermedia dove l’incontro di due pinze determina una ellisse, ed una estremità naviforme piena; di questa tipologia A.Haffner studia la tecnica di fabbricazione; T.Lejars una possibile evoluzione diacronica anche col passaggio del ponticello a staffa verso un ponticello a placca che si sviluppa su tutta la larghezza del fodero; M.Schönfelder propone il passaggio dal ‘tipo’ al ‘gruppo’, impostazione questa che viene accettata dal nostro Autore a patto che l’appartenenza al gruppo risieda esclusivamente nell’osservazione di determinati dettagli, quali: il puntale con ellisse e l’estremità naviforme, essendo tutti gli altri dettagli meno significativi e più problematici a causa di eventuali riparazioni; in particolare, la misura della distanza tra l’inizio della pinza inferiore –dove è ubicata l’ellisse- e l’estremità del puntale -che nel tempo si allunga- può costituire un buon indicatore per l’attribuzione dell’oggetto ancora al tipo 2 di Giubiasco, <10 cm., oppure già al gruppo di Ludwigshafen, >10 cm.; l’Autore raffina ulteriomente l’argomento -figg.57-58- individuando, all’interno del medesimo gruppo, un type Montmartin, prevalentemente prodotto in ferro ed un type Ludwigshafen, prevalentemente in bronzo, ciascuno con evidenti peculiarità); Fourreaux à échelle (variante 3a de Giubiasco) et leur épée (l’Autore distingue due gruppi per questo tipo di foderi caratterizzati da bordi paralleli, estremità massiccia ed una serie di elementi trasversali -1° gruppo, lungh. totale del fodero 60-70 cm.; 2° gruppo >80 cm.-); Fourreaux de type plumier (senza punta) et Fourreaux de tradition mixte à bouterolle massive courte (in legno con breve puntale metallico -Fig.67 per le tipologie-).pernet_paris-snat-a19_187
  • Il 7.1.2 contempla foderi e gladii (glaives) di tradizione romana (analisi basata su circa cinquanta reperti), rinvenuti nelle Gallie e collocabili nel I sec. a.C.. L’Autore sintetizza le differenze tra le spade lateniane con fendenti paralleli associate a foderi metallici introdotte nel mondo celtico nella fase dell’Hallstatt finale (tipologia sconosciuta per l’età del bronzo e fino all’Hallstatt C) ed il mondo mediterraneo, greco, italico ed iberico, che sin dalla seconda metà del I millennio a.C. utilizza spade ‘à lames galbées’, con fodero in materiale organico -legno e talvolta cuoio- con elementi metallici di rinforzo; il gladius romano si inserisce in questa tradizione ma con la ulteriore peculiarità della lama curvilinea (waisted sword).
    I gladii (glaives) di tradizione romana (a differenza delle spade celtiche, qui l’analisi non può essere condotta sui foderi, in quanto in buona parte perduti) vengono suddivisi in 3 gruppi: 1° gruppo, gladii con crociera campaniforme e relativo fodero (solo 3 esemplari, caratteristico il sistema di sospensione con elementi ad anelli, 2 nel terzo superiore ed 1 nel terzo inferiore, quest’ultimo probabilmente per collegare la spada posteriormente al cinturone; in uso tra la fine del LT D1 e l’inizio del LT D2); 2° gruppo, gladii a guardia dritta e lama lunga (si contano circa 27 esemplari con lama tra i 60-70 cm., con placca di guardia ovale, con foderi in metallo e legno, utilizzato nel LT D2 e gli inizi dell’età augustea); 3° gruppo, gladii a guardia dritta e lama più corta -tipo Mayence o Main- (la lama non oltrepassa i 50 cm.; gli esemplari sono noti da ritrovamenti fluviali o da accampamenti militari; è in uso nel periodo augusteo-tiberiano).

L’autore procede all’analisi degli umboni di scudo, distinguendo il tipo Mokronog (in uso in Slovenia e nell’Italia del nord, questo tipo ha delle alette in forma di ali di farfalla che gli conferiscono una forma quasi rotonda; l’Autore contrariamente a Rapin -Brunaux/Rapin 1988- non considera questo tipo come il precursore degli umboni rotondi lateniani diffusi invece nella cultura di Przeworsk, nella Gallia belgica e nelle Alpi orientali, i quali sprovvisti di spina erano solo un’arma difensiva); umboni ad alette rettangolari lunghe (variante 2a e 2b); umboni ad alette rettangolari corte; umboni circolari.

Quanto agli elmi di tradizione gallica attestati nelle Gallie durante il La Téne finale, l’Autore si sofferma sugli elmi tipo Port (elmi in ferro del LT D2b, composti da due parti, con calotta semisferica, provvisti di coprinuca, caratterizzati dalla decorazione a sbalzo di sopracciglia sulla parte anteriore della calotta; l’Autore, come U.Schaaff e G.Waurick, considera questo tipo di tradizione gallica; tipo Alésia/celtique occidental/westkeltischer typ (a differenza del tipo Port, questo tipo è realizzato in un’unico pezzo; l’Autore ha individuato due varianti: una variante con bordo di larghezza costante ed un coprinuca poco marcato; una seconda variante con coprinuca più lungo della visiera e rientranze laterali in corrispondenza delle paragnatidi; quest’ultima variante, secondo l’Autore, potrebbe aver giocato un ruolo importante nell’evoluzione degli elmi romani della tarda repubblica-inizi età imperiale); tipo Coolus/Mannheim (la differente terminologia relativa ad un tipo leggero ed ad uno pesante è di M.Feugére -1993-: il tipo Coolus è un elmo leggero, la datazione in base al rinvenimento in contesti chiusi, nonchè il ritrovamento, eccezionale, nel relitto de la Mandrague de Giens, il cui naufragio è anteriore al 70 a.C., fa propendere per un inquadramento cronologico già verso la fine del II sec. a.C.; l’elmo di tipo Mannheim, più massiccio, presenta decorazioni e motivo a treccia sul bordo, di ispirazione italica, questo tipo, evoluzione del tipo Coolus, potrebbe essere stato prodotto ed usato dall’esercito romano agli inizi del I sec. a.C., l’Autore propone di vedere degli ausiliari nei possessori degli elmi di questo tipo recuperati a Nîme e Vieille-Toulouse).

Seguono la Quatrième partie: Les auxiliaires dans les Gaules aux IIe et Ier siècles av. J.-C. in cui sono delineate le vicende storico-sociali delle popolazioni galliche nei rapporti con Roma, ed infine la Cinquième partie: Synthèses et conclusions (che precedono il Catalogo dei corredi) punto nodale in cui si incrociano le vicende storiche e le informazioni ricavate dai ritrovamenti archeologici al fine di misurare per ciascuna area di interesse il picco delle prestazioni in qualità di ausiliari dei popoli gallici in relazione alla storia di quei territori nell’ambito della progressiva romanizzazione e relative diverse cronologie.
Si comprenderà a questo punto che il fulcro dell’opera gravita proprio su questi ultimi capitoli; fondamentale sarà per il lettore l’osservazione della documentazione grafica dei contesti e relativa analisi critica (in forma di schede).



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