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Armement et auxiliaires gaulois
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Nella Deuxième partie (pagg.40-77) l’Autore presenta una sintesi critica dell’armamento romano del II e I sec. a.C. (la Trosième partie, invece, è interamente dedicata all’Armament dans les Gaules aux IIe et Ie siècles a.J.C.) e del processo di integrazione di certi elementi dell’armamento celtico nell’armamento romano per il periodo di nostro interesse.
Per l’Autore: “Tout ce qui est défini comme romain dans ce chapitre pourra ainsi être utilisé dans les Gaules comme indicateur de la presence d’auxiliaires”. L’Autore ha esaminato i testi fondamentali della ricerca francese sull’argomento (P.Coussin, 1926; réédition en 2002 par M.Feugère) sottolineando che la ricerca anglo-tedesca sebbene più prolifica, risulta ovviamente meno utile per l’arco cronologico di nostro interesse. Passa, poi, all’esame della terminologia usata nelle fonti antiche (Polibio, Tito Livio, Varrone, nonchè Vegezio), in particolare, di quei luoghi ove si tratta dell’armamento dei soldati romani per il periodo di nostro interesse; elenca le etimologie e le descrizioni di Varrone relativamente a tre categorie di armi: armi da getto (hasta, iaculum, tragula, pilum); armi di punta ed elementi di sospensione (gladius, balteum); armi difensive (parma, scutum, umbones, conum, galea, lorica, ocrea).
Segue l’analisi delle rappresentazioni figurate:

  • ‘Monumento di Paolo Emilio’ a Delfi (163 a.C.) sul quale si possono osservare fanti e cavalieri diversamente armati: soldati macedoni con scudo rotondo convesso decorato, e soldati romani con scudo ovale munito di spina ed umbo.
  • La ‘Base del Louvre’ (o di Domitius Ahenobarbus, del II secolo a.C.), che doveva sostenere un gruppo statuario, rappresenta con grande realismo un censimento finalizzato all’arruolamento nell’esercito con scena centrale di sacrificio; l’Autore segue lo studio di F. Stilp 2001, e la conseguente datazione nel corso del II secolo a.C. sulla base dell’analisi dell’armamento dei legionari.
  • La ‘Stele funeraria di Asklepiades e di Stratonike’ a Yiǧitler (Demirci, Turchia) sulla quale è rappresentato un soldato repubblicano con scudo ovale munito di umbo fusiforme.
  • Un’urna cineraria da Volterra al museo Guarnacci (I sec. a.C.) che mostra un guerriero con cotta di maglia e lancia, al suo fianco il cavallo bardato, lo schiniere sulla gamba destra (l’Autore nota che esso è generalmente posto, invece, sulla gamba sinistra).
  • La ‘Stele del centurione Minutio’ (Legio Martia) Padova, 3° quarto I sec. a.C., l’abbigliamento del centurione presenta alcuni elementi interessanti oltre al gladius ed al pugnale sospesi alla cintura, nonchè una fibula tipo Alesia, di età cesariano-augustea, a cerniera ed arco profilato che ferma il mantello.
  • Per il mausoleo romano di Saint-Remy (Glanum) o tomba dei Giulii (tra 40-35 a.C.) l’Autore segue la lettura di A. Roth-Congès che propone di interpretare la rappresentazione del combattimento di cavalleria sul bassorilievo nord come l’avvenimento fondatore della famiglia (mausoleo di indigeni promossi al rango di cittadini Iulii).
  • Infine, l’Arco di Orange (epoca tiberiana) i cui rilievi sebbene siano ispirati alle pitture ellenistiche, contengono tuttavia dettagliate rappresentazioni delle scene con legionari.

Si passa, poi, alle scoperte archeologiche; le armi romane di epoca repubblicana sono rare, soprattutto nell’Italia centrale o meridionale; pertanto, la ricerca viene alimentata soprattutto dalle armi recuperate nelle Gallie, in Spagna e più raramente nel contesto ellenico nell’ambito principalmente di accampamenti militari, campi di battaglia. Così l’Autore passa ad esaminare alcuni contesti significativi.
A Castellruf (fine III secolo a.C.), Catalogna, prov.di Barcellona, in un contesto di abitato iberico si rinvennero dei pila nel corso di scavi durante gli anni ’80.
Ad Ephyre (Grecia), sulla costa adriatica, nelle rovine di un edificio di epoca ellenistica si sono ritrovati dei pila da mettere in relazione con la distruzione dell’edificio da parte dei Romani (167 a.C.).
Altro sito importante, ma scavato e pubblicato tra il 1908 ed il 1912 da Schulten, Renieblas in Spagna (Numantia). Qui si sono individuati 5 accampamenti di epoca repubblicana e relativi materiali di controversa datazione; l’autore segue lo studio più recente di M.Luik (2002) che riesamina i materiali di Renieblas conservati presso il Römisch-Germanisches Zentral Museum di Mayence. I ritrovamenti sono messi in relazione alle vicende storiche del luogo.
L’Autore passa, poi, all’esame degli accampamenti attorno al sito di Numantia (Spagna) (134-133 a.C.), oggi Garray, in parte scavati da A. Schulten tra il 1906 ed il 1910, e le cui datazioni sono da considerarsi con prudenza; pertanto, l’Autore segue la rilettura di M.Luik.
Altro sito preso in considerazione è quello di Talamonaccio (III-II sec.a.C.) scavato dal 1850; qui si sono avuti numerosi ritrovamenti di armi reali in ferro o bronzo, e miniaturistiche in bronzo; il sito è noto per il tempio su podio della seconda metà del IV secolo a.C. distrutto agli inizi del I sec. a.C.; la distruzione può essere messa in relazione con la guerra di Mario contro Silla nel 90/89 a.C. o con un raid di pirati nei decenni seguenti e prima della loro eliminazione da parte di Pompeo nel 67 a.C.. Anche in questo caso l’Autore segue la pubblicazione di Von Vacano (1985), che pubblica i diari di scavo di G.Sordini, e di M.Luik (2002) che pubblica una parte dei pila in ferro ivi recuperati.
Il Ripostiglio del Genio Militare recuperato in prossimità di un edificio circolare, posto a circa un centinaio di metri a nord-ovest del tempio, era costituito da una quarantina di armi ed oggetti miniaturistici chiusi verosimilmente in un sacco di materiale deperibile e tenuto da una fibula tipo Telamon (tipo di fibula derivata dalla fibula di Nauheim) che permette in quanto terminus post quem di attribuire al contenuto una datazione nella seconda metà del II sec.a.C.. Tali oggetti non permettono di recuperare informazioni sulle armi reali, tuttavia, la presenza di due pila e di due scuta lascerebbero intravvedere in questo contesto oggetti dell’armamento romano.
Quanto alle armi e agli oggetti in ferro rinvenuti nel fossato che costeggiava il tempio, misti ad elementi decorativi in terracotta e frammenti di tegole, è da vedere in essi i materiali di strati di distruzione del tempio, databile al 1° terzo del I sec. a.C.. Da rinvenimenti più recenti, nonchè da scavi clandestini, provengono numerosi pila, solo in parte pubblicati correttamente, da Von Vacano e M.Luik.
I pila sono armi di chiara tradizione romana, deposti però in un tempio etrusco; tale presenza è stata collegata alla battaglia di Telamon del 225 a.C., tuttavia, nell’ambito degli oggetti in ferro vi sono anche armi celtiche che non sembrano databili però all’epoca della battaglia di cui sopra; tra l’altro poco si conosce circa i dati del ritrovamento.
L’Autore, poi, esamina il ritrovamento di una sepoltura entro mausoleo di un re numida ad Es Soumaâ (Algeria) del 130-110 a.C.; parte del corredo costituiva l’armamento del defunto, tra cui un elmo conico con decorazione in forma di orecchie (pag.51), una cotta di maglia, una spada in ferro nel suo fodero, la spada della lunghezza inferiore a 60 cm. era contenuta in un fodero in legno rivestito di cuoio, le due facce erano tenute insieme lungo i profili da una fila di ribattini alternativamente in ferro e bronzo. L’Autore mette in guardia dal considerare la spada di Es Soumaâ come modello del gladius tardo-repubblicano. Quanto alle parti in ferro delle armi da getto, di cui alcuni con punta a sezione quadrata e altri a sezione circolare, l’Autore conferma l’affinità con la tipologia riscontrata su siti romani e seguendo Ulbert (1979) spiega l’influenza dell’armamento romano sull’armamento del re di Es Soumaâ come effetto della partecipazione di quest’ultimo e dei suoi uomini in qualità di ausiliario dell’esercito romano.
A La Caridad (Spagna), la casa di Likine costruita alla fine del II sec. a.C. e distrutta verso gli anni 80/70 a.C. ha restituito numerosi militaria, tra cui 8 pila, una falcata, una spada dritta, un pugnale, 4 coltelli, ghiande missili (balles de fronde), tre umboni di scudo, una catapulta a torsione (da cui provengono i reperti più noti). L’armamento ivi ritrovato è misto, celtiberico e romano. L’Autore nel seguire (Vicente/Pilar/Punter/Ezquerra 1997) considera tutte le armi ivi ritrovate come appartenenti all’esercito romano (ausiliari inclusi). La distruzione della casa può essere messa in relazione con le guerre di Sertorio, quindi, essa è stata interessata da un’occupazione temporanea di truppe romane, o in seguito da veterani con il proprio armamento.
La città romana di Gracurris, La Azucarera (Spagna), oggi Alfaro, fu fondata nel 179 a.C. da Tiberius Sempronius Graccus; in essa è stato scoperto nel 1969 un deposito di armi che, dagli studiosi che hanno riesaminato i vecchi scavi (Iriarte et alii, 1997), sono datate, in base alla tipocronologia degli oggetti, tra la fine del II e l’inizio del I sec.a.C., all’epoca delle guerre di Sertorio.
A Cáceres el Viejo (80 a.C.) gli scavi dell’accampamento romano effettuati da A.Schulten nei primi decenni del secolo scorso sono stati pubblicati da G.Ulbert (1984); si tratta di un accampamento databile nella prima metà del I sec.a.C., forse quello di Quintus Caecilius Metellus distrutto nel 79 a.C. nel quadro delle guerre di Sertorio.
Per quanto riguarda Osuna (46-45 a.C.), Spagna, l’edizione dello scavo ad opera di A.Engel/P.Paris del 1906 è stata ripresa recentemente da S.Sievers (1997); tuttavia, i dati sono da utilizzare con prudenza, anche a causa della scarsa documentazione di scavo dell’antica Urso, città assediata dalle truppe cesariane, i cui abitanti preferirono mettersi in salvo nell’accampamento dei figli di Pompeo in guerra contro il dittatore (qui il ritrovamento di ghiande missili GN MAG IMP).

Dopo aver analizzato criticamente i contesti, l’Autore presenta una sintesi dell’armamento romano del II-I sec. a.C., suffragata dai ritrovamenti archeologici nei suddetti contesti.
Quanto alle armi di punta ed elementi di sospensione, l’Autore dichiara di tralasciare il pugio poichè pressochè assente nelle tombe galliche della fine dell’età del ferro. Quanto alla spada, il ritrovamento nei contesti archeologici è assai raro; Polibio afferma che i Romani definiscono la loro spada, iberica, e che questa è munita di una punta acuminata e di 2 fendenti; l’affermazione di Polibio viene così interpretata dall’Autore “…les romains, au contact des Ibères, ont remplacé leur glaive par l’arme de ces derniers.”
L’Autore, condividendo l’intuizione di partenza di P.Couissin secondo il quale i Romani avrebbero adottato la spada iberica derivata quest’ultima dalla spada celtica del La Tène antico, ma senza colmare lo hiatus tra il La Tène antico e l’adozione della spada da parte dei Romani, evento quest’ultimo collocabile all’epoca della II Guerra Punica, ed avvalendosi delle più recenti scoperte e revisioni, definisce meglio i termini tipologici e cronologici della questione.
Punto di partenza per il raffinamento del modello è il gladius di epoca augustea, tipo Mayence, (lama di lunghezza di circa 50 cm., a fendenti curvilinei, pistiliforme, punta aguzza, e fodero in materiale metallico ed organico), da qui il nostro Autore, sulla scorta dei più recenti studi, procede a ritroso, al fine di definire le caratteristiche tipologiche del modello del gladius tardo-repubblicano.
L’analisi procede per ambiti di ritrovamento, dal deposito di Gracurris (anni 80 a.C.) i cui frammenti evidenziano il tipo di gladius tardo-repubblicano (con lama leggermente curvilinea, punta di c. 15 cm., fodero in materiale organico ed anelli di sospensione), l’Autore qui condivide l’opinione di F. Quesada Sanz; si esamina poi il gladius di Delo, cui gli scavatori attribuiscono una lama diritta (ritrovato nel 1986 nella casa omonima, in uno strato di distruzione dovuto ad un incendio del 69 a.C.) dato tipologico che, in assenza di esami ai raggi X, il nostro Autore ritiene difficile accettare.
Radiografie effettuate sulla spada da Osuna hanno invece mostrato chiaramente una lama pistiliforme.
L’Autore esamina anche alcuni altri esemplari che egli tende a leggere non come armi romane, bensì influenzate da queste ultime (spada da Gerico; spada da Defenneh, Egitto); invece, per quanto riguarda la spada di Es Soumaâ l’Autore ritiene, soprattutto, per la tipologia del fodero, di doverla espungere dal corpus.
Quanto ai foderi (di legno e cuoio) del gladius tardo-repubblicano, e rispettivi elementi di sospensione, l’Autore sottolinea la netta differenza con i foderi delle armi galliche; esso è portato generalmente a destra (Polibio) ed è sospeso al budriere mediante anelli, come si osserva sulla stele del centurione Minutio; anche le fibbie dei cinturoni sono esaminate.
L’Autore si sofferma sulla forma della lama del gladius tardo-repubblicano che oltre ad essere profilata (sagomata), come nel mondo meditteraneo (greco ed italico) dalla 2a metà del I° millennio a.C., è anche “pistiliforme” (Rapin 2001); diversa è la problematica delle spade lateniane con fendenti paralleli, innovazione questa che compare nell’Hallstatt finale. Diversa anche la soluzione terminale del codolo dell’impugnatura, con evoluzione leggermente convessa perfettamente allineata ai bordi della lama, nel gladius romano; diversa la soluzione lateniana del La Tène medio nel punto di incontro, rientrante (sebbene di pochi millimetri), dello sviluppo inferiore del codolo in relazione alle estremità della lama.

Quanto alla complessa problematica del prototipo, l’Autore muove da P.Coussin circa l’origine del gladius tardo-repubblicano: all’epoca della II Guerra Punica i romani al contatto con gli Iberi che utilizzavano la spada lunga usata di taglio e di stocco, hanno modificato il loro gladius adattandolo a quest’ultimo. F.Quesada-Sanz ha, tuttavia, mostrato che i Romani hanno adattato la spada degli iberi, derivata quest’ultima dal modello di spada del La Tène antico. Un adattamento da parte degli Iberi ha, poi, subito anche il fodero, qui il ponticello è sostituito da un elemento di sospensione con anelli.
La spada iberica che sarebbe servita da prototipo al gladius hispaniensis aveva fendenti diritti, mentre la tendenza per i gladii romani era piuttosto con fendenti curvilinei.
L’elemento di sospensione presso gli Iberi era dotato di 3 o 2 anelli, mentre presso i Greci erano contemplati 4 anelli (da quest’ultimo modello greco deriverebbero i 4 anelli di sospensione dei foderi di epoca augustea, sebbene nel mondo greco la spada fosse portata a sinistra.

L’Autore esamina le armi da getto (pag.63), e sulla scorta di Quesada Sanz, i quattro termini utilizzati da Varrone, per indicare tali armi: hasta, jaculum, tragula (associata da Cesare ai Galli) ed il pilum; di questi solo l’ultimo, il pilum, costituisce per il II ed il I sec. a.C. “un excellent marqueur de la presence de l’armée romaine”.
I pila si distinguono dalle lance (lances) quanto all’elemento terminale in ferro munito di un lungo gambo di sezione circolare, quadrangolare, o esagonale che prolunga l’asta in legno e termina con una corta punta; essi, una volta scagliati, attraversavano lo scudo e la corazza del nemico.
L’Autore riferisce la descrizione di Polibio (libro VI) ed i confronti (cronologicamente più tardi) con le armi del Mausoleo di Glanum.
L’Autore distingue due grandi famiglie di pila, i pila ad incavo (à douille) ed i pila a codolo largo (à languette), di questi solo i pila a codolo largo sono sintomatici della presenza di legionari romani. L’Autore riferisce di 2 varianti a seconda della lunghezza -25-40 cm./40 cm. minimo-; della forma della punta –con appendici laterali/o piramidale o quadrilobata con sezione a croce-; e della placca terminale -di forma rettangolare, a clessidra o in forma di pera con bordi alternativamente sollevati e con fori per l’alloggiamento di rivetti che saldavano il ferro all’asta lignea/o di forma rettangolare con due rivetti; con una ulteriore terza variante mista tra le due soluzioni.
I paragrafi 5.2.3 e 5.2.4 rispettivamente dedicati alle armi da difesa attiva, gli scudi e da difesa passiva, gli elmi. Punto di partenza sono sempre le fonti antiche (Polibio, Tito Livio, Varrone), nonchè le fonti iconografiche, che attestano l’uso dello scudo rotondo, di circa 90 cm. di diametro, parma, portato dai cavalieri, e lo scutum, scudo lungo e convesso, formato da due parti, di circa 1,2 mt.x75 cm., rafforzato da una spina con umbo centrale (fusiforme, e munito di alette), di cui si può osservare un originale in legno da Kasr al-Harit in Egitto: “généralement considéré comme le seul exemplaire romain complet d’époque républicaine connu à ce jour”.
Anche per gli elmi l’Autore in via preliminare si affida alle fonti ed ad una approfondita ricognizione della bibliografia; questa ha individuato alcune grandi famiglie di elmi: elmi di bronzo ispirati alla tradizione greca (non riscontrabili nella tradizione celtica; ipoteticamente individuati sul rilievo storico romano -ad es. elmi di bronzo con visiera terminante sui lati a volute-, ma probabilmente usati, nella realtà, solo da particolari personaggi); elmi etrusco-italici a bottone (già cd. tipo Montefortino), databili tra il IV ed il I sec. a.C. (abbastanza diffusi nel bacino del Mediterraneo, nelle Gallie ed in Spagna, diffusi in Italia nei territori di contatto tra Celti ed Etruschi, elmo tipico dei legionari tra III secolo e fine II, esso è dotato di un corto coprinuca, ed un bottone sommitale, reca decorazione incisa sul bordo inferiore della calotta e sul bottone, reca paragnatidi); elmi di tipo Buggenum (elmi a bottone molto vicini al tipo precedente tanto che H.Russel Robinson li considera ancora come appartenenti al gruppo Montefortino, tipi C-D; l’unico esemplare databile all’epoca cesariana è da Sisak in Croazia); elmi di tipo Hagenau e Weisenau (il primo tipo Hagenau della tipologia di Coussin è fortemente allineato al tipo Buggenum, anche con bottone sommitale, poi, caratterizzato da un’ampliamento del coprinuca, da una visiera -Stirnband- al fine di parare i fendenti paralleli al volto; la datazione è tra l’inizio del I sec. a.C. e l’epoca flavia. Il tipo Weisenau è il primo elmo in ferro del legionario romano, sprovvisto di bottone sommitale, diffuso dall’epoca augustea media fino al II secolo).



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