Armement et auxiliaires gaulois

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Armement et auxiliaires gaulois
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Autore: Pernet Lionel
Titolo: Armement et auxiliaires gaulois (IIe-Ier siècles avant notre ère)
Editore: Éditions Monique Mergoil, 12 rue des Moulins - 34530 Montagnac (France)

 

Reviewed by Antonella D'Ascoli in September 2010

 

AArmement et auxiliaires gaulois. (IIe-Ier siècles avant notre ère) di Lionel Pernet, opera di notevole spessore scientifico, deriva, previa successiva elaborazione, dalla tesi di dottorato effettuato dall’Autore nell’ambito dell’UMR 8546 - AOROC École Normale Supérieure - Paris, in Protohistoire celtique, e discussa nel gennaio 2009 sotto la direzione di O. Buchsenchutz e Th. Luginbühl (co-tutelle).
Il volume è pubblicato (anno 2010) dall’Éditions Monique Mergoil nella Collezione ‘Protohistoire européenne’ (PE-12), diretta da Michel Py.
Il volume è strutturato in sei parti (Première partie: Buts, méthodes, contexte; Deuxième partie: L’armement romain d’époque républicaine; Troisième partie: L’armement dans les Gaules aux IIe et Ier siècles av.J.-C.; Quatrième partie: Les auxiliaires dans les Gaules aux IIe et Ier siècles av.J.-C.; Cinquième partie: Synthèses et conclusions; Sixième partie: Catalogues); una Introduction descrive scopi e metodi della ricerca in questione, seguono il quadro cronologico e geografico in cui ci si muove.
L’ultima parte contiene il catalogo dei contesti archeologici, la sintesi dell’opera in lingua francese ed un abstract in lingua inglese, nonchè la bibliografia spalmata su ben 19 pagine (ivi comprese le fonti letterarie antiche che vanno da un antico testo irlandese commentato da C. Guyonvarc’h e pubblicato dall’editore Gallimard nel 1994, poi, in rigoroso ordine alfabetico, da Appiano a Senofonte); seguono, dopo la bibliografia (che termina a pag.294), le 253 tavole contenenti i disegni dei reperti appartenenti a ciascun contesto esaminato e, talvolta, anche le rispettive fotografie d’insieme.
Ovviamente non mancano i Remerciements, le Abréviations, sia quelle relative alle riviste scientifiche consultate, sia quelle corrispondenti agli ambiti territoriali esaminati, cioè la zone A (zone Alpine), la zone B (zone Gaule Belgique), la zone C (zone Gaule Celtique), la zone N (zone Gaule Narbonnaise), la zone T (zone Gaule Transpadane).

Le prime Quattro sezioni del volume consistono in un’analisi critica del variegato contesto etnico delle Gallie, del fenomeno del mercenariato gallico che evolve nel II sec. a.C. nella mutata condizione giuridica degli ausiliari gallici, nell’analisi delle principali categorie dell’armamento gallico e romano (gladii, spade, elmi, scudi e lance). Ovviamente tale analisi dei contesti (sepolture, campi di battaglia, siti di abitato, santuari, deposizioni nel letto dei fiumi) e relativi materiali, finalizzata all’individuazione, nei summenzionati ambiti territoriali di indagine (5 zone), della presenza di ausiliari gallici o di potenziali ausiliari, è allineata all’analisi costante delle problematiche storiche e politiche relative agli effetti della romanizzazione.

Nella Première partie: Buts, méthodes, contexte (pag.15 e seg.) è tracciato innanzitutto il quadro geografico e cronologico con una premessa chiarificatrice circa l’etnico, difatti Galli, cioè abitanti delle Gallie, erano definiti dagli autori latini, mentre Keltoi era il termine in uso presso i greci (J. L. Bruneaux), sebbene si sia giunti all’equivalenza tra “Celti-Galati-Galli” (C.Goudineau, 2004).
L’analisi contempla esclusivamente il fenomeno degli ausiliari, fenomeno che comincia nel II sec. a.C., quando anche nelle fonti letterarie si abbandona il termine “mercenario” (i Celti, si ricorderà, erano stati mercenari dei popoli mediterranei sin dal V secolo a.C.) a vantaggio del termine “ausiliario”, che presuppone una diversa condizione giuridica.
L’ambito geografico di interesse è dall’Autore così delineato: a sud esso è delimitato dal Po e dai Pirenei, ad ovest dall’Atlantico, a nord dal Reno e ad est dalle Alpi.
Segue un cenno alla historiographie (pag.19) sull’argomento che però, come segnala l’Autore, non ha mai contemplato, come invece il presente volume, un approccio combinato delle fonti archeologiche e storiche insieme: punto di partenza gli studi del Cheesman e del Saddington, rispettivamente del 1914 e del 1982, incentrati, in particolare, sulla genesi dei corpi ausiliari; più specifica per le Gallie l’opera del Wolters (1990) riguardante il periodo della conquista. Relativamente agli “auxilia” impiegati, ma per altri ambiti geografici, sono citati Hamdoune (1999), Kraft (1951), nonchè Holder (1980) che ha affrontato il problema per l’età imperiale, da Augusto a Traiano. Più recentemente sempre per le Gallie, Poux (1999), Jacques/Prilaux (2003) e lo stesso Pernet (2008).

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Nel capitolo 3 della Première partie l’Autore affronta sinteticamente e criticamente, tra l’altro, le seguenti questioni: “Le mercenariat celtique du Ve au IIe siècle av. J.-C.” e “Le mond méditerranéen, Rom et son armée”. Quanto al primo argomento, riguardante specificamente il mondo celtico, l’ultima monografia risale al 1927 (A.Wienicke), mentre contributi specialistici sono anche inclusi in sintesi dedicate ai Celti (Moscati, 1991; Kruta, 2000). Ai fini dell’analisi del mercenariato l’Autore considera, dapprima, le fonti scritte: i greci utilizzavano i termini ‘xenos’ per i soldati alleati e ‘mistophoros’ per i salariati, comunque, si trattava sempre di stranieri, non appartenenti alla polis; per i romani, i soldati non legionari erano alleati.
Quanto ai Celti, il fenomeno del mercenariato, osserva l’Autore, può essere delineato per il periodo compreso tra V sec. a.C. e II secolo a.C., periodi per i quali si dispone dei testi, illuminanti, degli autori greci e latini, nonchè di dati archeologici significativi, quali, ad esempio, la scoperta di armi celtiche su siti mai occupati dai celti (Sicilia, Grecia, costa orientale dell’Adriatico ecc.).
Nel territorio delle Gallie emblematico sembra essere il caso di Massalia che alla fine del III secolo, stando a Polibio, assolda mercenari gallici (mistophoroi), tuttavia, il rapporto tra Massalia ed il suo retroterra, attraverso la via fluviale del Rodano, aveva anche natura commerciale. Già alla fine del VI sec. iniziano le prime emissioni monetali di Massalia (525-520 a.C.), in sostituzione della monetazione focea, e questo fenomeno investe anche il retroterra massaliota (tutta l’attuale Provenza), si tratta di una monetazione di oboli, moneta che mal si adatta al pagamento di soldati mercenari (Py, 2006), e che sarà servita principalmente per gli scambi commerciali, pur, tuttavia, l’Autore sebbene condivida le opinioni correnti (A.Furtwängler) circa la difficoltà di far risalire il fenomeno del mercenariato al V secolo, tuttavia, lascia aperta la possibilità di una valutazione retroattiva del fenomeno.
Anche la presenza di Galli nell’Italia del nord che le fonti (Tito Livio, Polibio) collocano agli inizi del IV secolo a.C. va letta nel quadro dei rapporti tra Celti ed Etruschi; un forte legame tra mercenariato e migrazioni è leggibile per il IV secolo, sebbene, tale complessità, conferma l’Autore, potrebbe farsi risalire già al V secolo a.C.
Per quanto riguarda i Celti al soldo di Cartagine, poi, c’è una testimonianza di Erodoto relativa alla battaglia di Himera (480 a.C.) circa la presenza di Elésiques (Elusati) nell’esercito cartaginese; l’Autore osserva che la presenza di numerosi guerrieri con armi di tradizione lateniana (Schwaller et alii, 2001) nella necropoli di Enserune, necropoli collegabile a questo popolo “…constitue un indice en faveur de la presence de mercenaries dans cette region”.
Nelle Elleniche di Senofonte si fa menzione esplicita di Dionigi il Vecchio come reclutatore di mercenari celti ed iberici al servizio di Siracusa, inviati nel 369-368 a.C. al fianco degli Spartiati contro Tebe. Tuttavia, anche già prima di questa data si ha notizia di reclutamento (398-397) di mercenari (i celti non sono espressamente designati), per i quali, come sostiene Diodoro, Dionigi fa produrre armi sul modello di quelle dei mercenari, al fine di dotare questi ultimi di armi ad essi congeniali per tradizione. L’Autore allinea a queste fonti storiche uno scudo celtico da Camarina databile al V sec. a.C., nonchè un elmo di tipo celtico-etrusco trovato a Selinunte e databile agli inizi del IV secolo.
Anche Cartagine impiega Celti nel IV secolo a.C.; per il III secolo a.C. mercenari celti vengono ingaggiati dai sovrani ellenistici.
Il mercenariato gallico è, dunque, un fenomeno collocabile, tra l’inizio del V sec. a.C. e l’inizio del II sec.; nella penisola italiana, le Marche, dove si erano installati i Galli Senoni nel IV secolo a.C. e la Liguria, in base alle fonti, sono da considerarsi bacini di reclutamento.
L’Autore sottolinea il ruolo importante del mercenariato nello scambio culturale e nella distribuzione della ricchezza. Elemento importante per il mercenariato gallico sono la moneta ed il bottino, come si evince dalle fonti; le emissioni greche e siciliane di oro e di argento servono essenzialmente alla paga del soldato (Y.Garlan, 1999). Le finalità della monetazione gallica in metallo prezioso più che orientata ad un uso religioso, deve essere servita per il mantenimento di clientele, cioè di forze armate nell’ambito di un’ “economia premonetale” fino al II secolo a.C. (Brunaux, 2004); solo successivamente dopo lo stabilirsi di mercanti romani sul suolo gallico, le emissioni monetali in bronzo e non più in metallo prezioso, che continuano ad essere utilizzate come paga dei soldati, entrano ormai in forme di economia di tipo monetale più complesse.
Al paragrafo 3.2.2 (pag.27 e seg.) vengono delineati gli aspetti salienti della condizione di mercenario: soldato remunerato con danaro e bottino. Egli esercita professionalmente il mestiere presso un esercito straniero; l’Autore ricorda, inoltre, che il II secolo a.C. rappresenta un periodo di profonde trasformazioni dell’esercito romano che, da esercito censitario non permanente diventa un esercito professionale. Le numerose campagne militari del III e II secolo impongono di reclutare un numero sempre crescente di soldati non cittadini, tali truppe sono definite “auxilia”, un concetto giuridico che appare alquanto fluido per il II e I secolo, ma che si riferisce sempre a soldati tutti non cittadini. In età repubblicana Roma intrattiene differenti tipi di relazioni con i popoli sottomessi o alleati; da questa potente strategia di rapporti internazionali scaturiscono determinate condizioni giuridiche, base del reclutamento, etnico o individuale.
L’Autore ne delinea sinteticamente le cause: una guerra o pressioni politiche determinano una ‘deditio’ dei vinti, in seguito alla quale questi ultimi vengono disarmati, cedono ostaggi, e si assumono i costi della guerra. Un ‘foedus’, trattato di alleanza posto sotto la protezione della divinità, regola gli obblighi finanziari e militari; ‘foedera aequa’ e ‘foedera iniqua’, i primi contemplano obblighi di reciprocità in caso di attacco da parte di terzi; mentre i secondi, facenti seguito ad una ‘deditio’, stabiliscono condizioni non paritarie, di inferiorità della parte non romana. Il concetto di diritto internazionale amicus o amicitia evolve nel corso del II secolo a.C. per diventare una relazione di tipo ‘foedus’. Gli amici di Roma, quindi, non assumono più un aspetto neutrale nei conflitti, ma finiscono con l’avere un obbligo di sostegno nello sforzo militare a favore di Roma. L’Autore, in sintesi, prospetta (sulla base delle fonti antiche e della storiografia) 3 soluzioni per il reclutamento di ausiliari: truppe fornite dagli alleati, detti ‘socii’ e ‘auxilia’; truppe fornite dai popoli amici di Roma, chiamati ‘auxilia’; truppe denominate ‘auxilia externa’ fino al 90 a.C., poi semplicemente ‘auxilia’, si tratta in quest’ultimo caso di una leva di truppe ausiliarie vicine al teatro delle operazioni militari (leva temporanea).

L’Autore delinea, poi, sinteticamente la formazione dell’esercito romano tardo-repubblicano. Agli inizi del VI secolo a.C. esso è basato sulla riforma serviana che organizza il popolo in 5 classi censitarie, a fini elettorali e militari, in relazione alle quali si verificava la leva e l’armamento dei soldati. La struttura dell’esercito evolve, poi, con la creazione della legione manipolare, costituita da manipoli (piccole unità da 120 a 160 uomini – 2 centurie – disposte ad intervalli e in quinconce), diventando così più flessibile, meno monolitica; e puntando sulle capacità fisiche degli hastati e dei principes, nonchè dei triarii (gli armati più anziani) solo in caso di défaillance delle prime linee. La disfatta di Canne e la guerriglia iberica contro Roma del II a.C. impongono una nuova struttura dell’esercito basato sulla coorte, unità intermedia tra il manipolo e la legione (1 coorte raggruppa 3 manipoli, ossia 6 centurie, circa 400-500 uomini). Questa struttura sarà utilizzata per tutto il II secolo, in particolare, sul fronte iberico, e farà il successo di Mario contro i Cimbri. Progressivamente anche il censo necessario per servire nell’esercito romano, che rimane un esercito censitario non permanente e costituito in gran parte da cittadini, decresce progressivamente, dagli 11000 assi dell’epoca serviana, ai 4000 assi della metà del II secolo a.C., ai 1500 dell’epoca di Cicerone, per arrivare alla riforma, rivoluzionaria, di Gaius Marius del 107 a.C. che, per ricostituire i ranghi delle legioni d’Africa, abbassa la soglia di censo a zero, assicurando così l’accesso ai proletari che non avevano altra ricchezza che la propria persona, capite censi (pag.31); questa apertura avrà come conseguenze l’allungamento della durata del servizio nell’esercito, nonchè l’attaccamento dei legionari ai loro generali. Mario introduce un nuovo modo di costruire il pilum, introduce l’aquila come unico simbolo della legione.
I maggiori studi riguardanti il fenomeno degli ausiliari sono quelli del D.B.Saddington, di G.L.Cheesman, la maggior parte degli studi, poi, si concentrano sull’alto impero, poichè è proprio dall’inizio della Guerra civile tra Cesare e Pompeo (49 a.C.) che si riscontra una crescente e più consistente massa di dati, testi, fonti epigrafiche, che permettono di analizzare più in dettaglio l’evoluzione del fenomeno. Cadiou (2008) esamina il fenomeno per la penisola iberica.
Nel II secolo a.C. e fino a Cesare, comunque, le truppe ausiliarie vengono reclutate su base cittadina (a livello di città) o su base etnica; Polibio descrive le modalità della leva delle truppe ausiliarie che convogliate in un determinato luogo con un ufficiale indigeno ed un ufficiale pagatore, erano ricevute da un prefetto e si stabilivano insieme alle truppe legionarie in un campo militare. Il reclutamento su base etnica continua anche con Cesare e sotto Augusto, ma non ha carattere regolare. Un aspetto importante è il comando delle truppe ausiliarie che viene affidato ad un capo indigeno, questi aristocratici ottengono uno statuto particolare che li conduce ad ottenere, poi, la cittadinanza romana. L’importanza assunta da questi aristocratici si traduce nell’adozione di rituali funerari che contemplano la deposizione di armi, riservata ad una élite politica e militare. Questo tipo di reclutamento più individuale, nell’ambito dell’organizzazione militare cesariana, porta alla costituzione di una aristocrazia guerriera e dei suoi clienti al servizio di Roma. Augusto mantiene questo tipo di reclutamento su base etnica; nel trattato che Roma stipula con il popolo conquistato, viene regolata anche la quantità di ausiliari che sarà mobilitata; le truppe dei popoli che hanno fatto “deditio” sono accasermati negli stessi accampamenti dei legionari.
Altro argomento trattato riguarda la cavalleria romana (pag.33) considerata come un’arma minore in un esercito che privilegiava la fanteria; a partire dal 2° consolato di Mario non vi è più cavalleria legionaria, ma cavalieri ausiliari. Dal 300 al 100 a.C. ciascuna legione era accompagnata da un contingente di cavalleria legionaria formata da 200/300 cavalieri; a questo si aggiungevano le ali degli alleati ed eventualmente delle truppe reclutate fuori dall’Italia. Questa situazione cessa nel momento della transizione tra II e I secolo a.C.. L’Autore riferisce l’opinione di J.B.McCall, e quella meno accettabile di Rambaud. Comunque, la cavalleria è un’arma in cui i Galli hanno servito come ausiliari.
Altra questione affrontata dall’Autore (pag.34) riguarda la proprietà delle armi del legionario in età repubblicana, le quali sono concesse dallo Stato che equipaggia il legionario, e quindi appartengono allo Stato (come prevedeva una legge di Caio Gracco), ma R.Marichal ha mostrato, sulla base dei papiri egiziani che il soldato partecipa di suo al proprio equipaggiamento.
Tale problematica è collegata, ovviamente, all’utilizzo delle armi alla fine del servizio, esse potevano essere dedicate alle divinità indigene, di qui il ritrovamento in ripostigli o nel letto dei fiumi.
Tuttavia, se nella Roma repubblicana le leggi suntuarie (sumptuariae leges) impedivano il deposito di ricchi oggetto personali nelle tombe, al contrario le manifestazioni funerarie dei Galli erano l’espressione più eloquente dell’aristocrazia.

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Nel capitolo (4) sulle fonti (pag.35), l’Autore, ribadisce che il presente lavoro si basa sui dati archeologici, la cui analisi impone i metodi tipici di questa disciplina, ma l’argomento stesso (mercenari ed ausiliari gallici) impone parallelamente l’analisi delle fonti storiche (testuali ed epigrafiche).
I dati archeologici sono basati principalmente su deposizioni funerarie, con presenza di armi (anche qui l’Autore ha fatto delle scelte contemplando le sepolture che avessero almeno uno degli oggetti seguenti: spada o gladius, punta di lancia, umbone di scudo o elmo; non si sono prese in considerazione le tombe con la presenza del grande coltello poichè non considerato come un’arma, e nemmeno tombe con asce, sebbene tale oggetto sia parte dell’armamento ma in ambito treviro).
L’Autore ha preso in considerazione per ciascun ambito geografico le tombe più rappresentative pubblicate o inedite, e di cui ha preso visione, nonchè i materiali provenienti da siti di battaglia, santuari e siti di abitato. Ovviamente ogni contesto archeologico è inquadrato in un preciso ambito cronologico basato sulla tradizionale periodizzazione della cultura La Tène (Fig.7, pag.36), nonchè geografico.Un paragrafo (pag.37) è dedicato all’interpretazione dei depositi funerari sulla base della più recente bibliografia specialistica, in relazione alla quale l’Autore dichiara di porsi sulla linea degli etnologi, in particolare, di A.Testart (2001) rigettando l’approccio positivista che non lascia alcuno spiraglio alla ipotesi interpretativa ed all’intuizione nell’analisi delle deposizioni funerarie, e considerando, invece, insieme a Testart gli oggetti deposti nelle tombe, non come offerte funerarie, ma come oggetti personali del defunto, che intendono confermare, nel caso delle armi, la sua identità di guerriero.


 


Nella Deuxième partie (pagg.40-77) l’Autore presenta una sintesi critica dell’armamento romano del II e I sec. a.C. (la Trosième partie, invece, è interamente dedicata all’Armament dans les Gaules aux IIe et Ie siècles a.J.C.) e del processo di integrazione di certi elementi dell’armamento celtico nell’armamento romano per il periodo di nostro interesse.
Per l’Autore: “Tout ce qui est défini comme romain dans ce chapitre pourra ainsi être utilisé dans les Gaules comme indicateur de la presence d’auxiliaires”. L’Autore ha esaminato i testi fondamentali della ricerca francese sull’argomento (P.Coussin, 1926; réédition en 2002 par M.Feugère) sottolineando che la ricerca anglo-tedesca sebbene più prolifica, risulta ovviamente meno utile per l’arco cronologico di nostro interesse. Passa, poi, all’esame della terminologia usata nelle fonti antiche (Polibio, Tito Livio, Varrone, nonchè Vegezio), in particolare, di quei luoghi ove si tratta dell’armamento dei soldati romani per il periodo di nostro interesse; elenca le etimologie e le descrizioni di Varrone relativamente a tre categorie di armi: armi da getto (hasta, iaculum, tragula, pilum); armi di punta ed elementi di sospensione (gladius, balteum); armi difensive (parma, scutum, umbones, conum, galea, lorica, ocrea).
Segue l’analisi delle rappresentazioni figurate:

  • ‘Monumento di Paolo Emilio’ a Delfi (163 a.C.) sul quale si possono osservare fanti e cavalieri diversamente armati: soldati macedoni con scudo rotondo convesso decorato, e soldati romani con scudo ovale munito di spina ed umbo.
  • La ‘Base del Louvre’ (o di Domitius Ahenobarbus, del II secolo a.C.), che doveva sostenere un gruppo statuario, rappresenta con grande realismo un censimento finalizzato all’arruolamento nell’esercito con scena centrale di sacrificio; l’Autore segue lo studio di F. Stilp 2001, e la conseguente datazione nel corso del II secolo a.C. sulla base dell’analisi dell’armamento dei legionari.
  • La ‘Stele funeraria di Asklepiades e di Stratonike’ a Yiǧitler (Demirci, Turchia) sulla quale è rappresentato un soldato repubblicano con scudo ovale munito di umbo fusiforme.
  • Un’urna cineraria da Volterra al museo Guarnacci (I sec. a.C.) che mostra un guerriero con cotta di maglia e lancia, al suo fianco il cavallo bardato, lo schiniere sulla gamba destra (l’Autore nota che esso è generalmente posto, invece, sulla gamba sinistra).
  • La ‘Stele del centurione Minutio’ (Legio Martia) Padova, 3° quarto I sec. a.C., l’abbigliamento del centurione presenta alcuni elementi interessanti oltre al gladius ed al pugnale sospesi alla cintura, nonchè una fibula tipo Alesia, di età cesariano-augustea, a cerniera ed arco profilato che ferma il mantello.
  • Per il mausoleo romano di Saint-Remy (Glanum) o tomba dei Giulii (tra 40-35 a.C.) l’Autore segue la lettura di A. Roth-Congès che propone di interpretare la rappresentazione del combattimento di cavalleria sul bassorilievo nord come l’avvenimento fondatore della famiglia (mausoleo di indigeni promossi al rango di cittadini Iulii).
  • Infine, l’Arco di Orange (epoca tiberiana) i cui rilievi sebbene siano ispirati alle pitture ellenistiche, contengono tuttavia dettagliate rappresentazioni delle scene con legionari.

Si passa, poi, alle scoperte archeologiche; le armi romane di epoca repubblicana sono rare, soprattutto nell’Italia centrale o meridionale; pertanto, la ricerca viene alimentata soprattutto dalle armi recuperate nelle Gallie, in Spagna e più raramente nel contesto ellenico nell’ambito principalmente di accampamenti militari, campi di battaglia. Così l’Autore passa ad esaminare alcuni contesti significativi.
A Castellruf (fine III secolo a.C.), Catalogna, prov.di Barcellona, in un contesto di abitato iberico si rinvennero dei pila nel corso di scavi durante gli anni ’80.
Ad Ephyre (Grecia), sulla costa adriatica, nelle rovine di un edificio di epoca ellenistica si sono ritrovati dei pila da mettere in relazione con la distruzione dell’edificio da parte dei Romani (167 a.C.).
Altro sito importante, ma scavato e pubblicato tra il 1908 ed il 1912 da Schulten, Renieblas in Spagna (Numantia). Qui si sono individuati 5 accampamenti di epoca repubblicana e relativi materiali di controversa datazione; l’autore segue lo studio più recente di M.Luik (2002) che riesamina i materiali di Renieblas conservati presso il Römisch-Germanisches Zentral Museum di Mayence. I ritrovamenti sono messi in relazione alle vicende storiche del luogo.
L’Autore passa, poi, all’esame degli accampamenti attorno al sito di Numantia (Spagna) (134-133 a.C.), oggi Garray, in parte scavati da A. Schulten tra il 1906 ed il 1910, e le cui datazioni sono da considerarsi con prudenza; pertanto, l’Autore segue la rilettura di M.Luik.
Altro sito preso in considerazione è quello di Talamonaccio (III-II sec.a.C.) scavato dal 1850; qui si sono avuti numerosi ritrovamenti di armi reali in ferro o bronzo, e miniaturistiche in bronzo; il sito è noto per il tempio su podio della seconda metà del IV secolo a.C. distrutto agli inizi del I sec. a.C.; la distruzione può essere messa in relazione con la guerra di Mario contro Silla nel 90/89 a.C. o con un raid di pirati nei decenni seguenti e prima della loro eliminazione da parte di Pompeo nel 67 a.C.. Anche in questo caso l’Autore segue la pubblicazione di Von Vacano (1985), che pubblica i diari di scavo di G.Sordini, e di M.Luik (2002) che pubblica una parte dei pila in ferro ivi recuperati.
Il Ripostiglio del Genio Militare recuperato in prossimità di un edificio circolare, posto a circa un centinaio di metri a nord-ovest del tempio, era costituito da una quarantina di armi ed oggetti miniaturistici chiusi verosimilmente in un sacco di materiale deperibile e tenuto da una fibula tipo Telamon (tipo di fibula derivata dalla fibula di Nauheim) che permette in quanto terminus post quem di attribuire al contenuto una datazione nella seconda metà del II sec.a.C.. Tali oggetti non permettono di recuperare informazioni sulle armi reali, tuttavia, la presenza di due pila e di due scuta lascerebbero intravvedere in questo contesto oggetti dell’armamento romano.
Quanto alle armi e agli oggetti in ferro rinvenuti nel fossato che costeggiava il tempio, misti ad elementi decorativi in terracotta e frammenti di tegole, è da vedere in essi i materiali di strati di distruzione del tempio, databile al 1° terzo del I sec. a.C.. Da rinvenimenti più recenti, nonchè da scavi clandestini, provengono numerosi pila, solo in parte pubblicati correttamente, da Von Vacano e M.Luik.
I pila sono armi di chiara tradizione romana, deposti però in un tempio etrusco; tale presenza è stata collegata alla battaglia di Telamon del 225 a.C., tuttavia, nell’ambito degli oggetti in ferro vi sono anche armi celtiche che non sembrano databili però all’epoca della battaglia di cui sopra; tra l’altro poco si conosce circa i dati del ritrovamento.
L’Autore, poi, esamina il ritrovamento di una sepoltura entro mausoleo di un re numida ad Es Soumaâ (Algeria) del 130-110 a.C.; parte del corredo costituiva l’armamento del defunto, tra cui un elmo conico con decorazione in forma di orecchie (pag.51), una cotta di maglia, una spada in ferro nel suo fodero, la spada della lunghezza inferiore a 60 cm. era contenuta in un fodero in legno rivestito di cuoio, le due facce erano tenute insieme lungo i profili da una fila di ribattini alternativamente in ferro e bronzo. L’Autore mette in guardia dal considerare la spada di Es Soumaâ come modello del gladius tardo-repubblicano. Quanto alle parti in ferro delle armi da getto, di cui alcuni con punta a sezione quadrata e altri a sezione circolare, l’Autore conferma l’affinità con la tipologia riscontrata su siti romani e seguendo Ulbert (1979) spiega l’influenza dell’armamento romano sull’armamento del re di Es Soumaâ come effetto della partecipazione di quest’ultimo e dei suoi uomini in qualità di ausiliario dell’esercito romano.
A La Caridad (Spagna), la casa di Likine costruita alla fine del II sec. a.C. e distrutta verso gli anni 80/70 a.C. ha restituito numerosi militaria, tra cui 8 pila, una falcata, una spada dritta, un pugnale, 4 coltelli, ghiande missili (balles de fronde), tre umboni di scudo, una catapulta a torsione (da cui provengono i reperti più noti). L’armamento ivi ritrovato è misto, celtiberico e romano. L’Autore nel seguire (Vicente/Pilar/Punter/Ezquerra 1997) considera tutte le armi ivi ritrovate come appartenenti all’esercito romano (ausiliari inclusi). La distruzione della casa può essere messa in relazione con le guerre di Sertorio, quindi, essa è stata interessata da un’occupazione temporanea di truppe romane, o in seguito da veterani con il proprio armamento.
La città romana di Gracurris, La Azucarera (Spagna), oggi Alfaro, fu fondata nel 179 a.C. da Tiberius Sempronius Graccus; in essa è stato scoperto nel 1969 un deposito di armi che, dagli studiosi che hanno riesaminato i vecchi scavi (Iriarte et alii, 1997), sono datate, in base alla tipocronologia degli oggetti, tra la fine del II e l’inizio del I sec.a.C., all’epoca delle guerre di Sertorio.
A Cáceres el Viejo (80 a.C.) gli scavi dell’accampamento romano effettuati da A.Schulten nei primi decenni del secolo scorso sono stati pubblicati da G.Ulbert (1984); si tratta di un accampamento databile nella prima metà del I sec.a.C., forse quello di Quintus Caecilius Metellus distrutto nel 79 a.C. nel quadro delle guerre di Sertorio.
Per quanto riguarda Osuna (46-45 a.C.), Spagna, l’edizione dello scavo ad opera di A.Engel/P.Paris del 1906 è stata ripresa recentemente da S.Sievers (1997); tuttavia, i dati sono da utilizzare con prudenza, anche a causa della scarsa documentazione di scavo dell’antica Urso, città assediata dalle truppe cesariane, i cui abitanti preferirono mettersi in salvo nell’accampamento dei figli di Pompeo in guerra contro il dittatore (qui il ritrovamento di ghiande missili GN MAG IMP).

Dopo aver analizzato criticamente i contesti, l’Autore presenta una sintesi dell’armamento romano del II-I sec. a.C., suffragata dai ritrovamenti archeologici nei suddetti contesti.
Quanto alle armi di punta ed elementi di sospensione, l’Autore dichiara di tralasciare il pugio poichè pressochè assente nelle tombe galliche della fine dell’età del ferro. Quanto alla spada, il ritrovamento nei contesti archeologici è assai raro; Polibio afferma che i Romani definiscono la loro spada, iberica, e che questa è munita di una punta acuminata e di 2 fendenti; l’affermazione di Polibio viene così interpretata dall’Autore “…les romains, au contact des Ibères, ont remplacé leur glaive par l’arme de ces derniers.”
L’Autore, condividendo l’intuizione di partenza di P.Couissin secondo il quale i Romani avrebbero adottato la spada iberica derivata quest’ultima dalla spada celtica del La Tène antico, ma senza colmare lo hiatus tra il La Tène antico e l’adozione della spada da parte dei Romani, evento quest’ultimo collocabile all’epoca della II Guerra Punica, ed avvalendosi delle più recenti scoperte e revisioni, definisce meglio i termini tipologici e cronologici della questione.
Punto di partenza per il raffinamento del modello è il gladius di epoca augustea, tipo Mayence, (lama di lunghezza di circa 50 cm., a fendenti curvilinei, pistiliforme, punta aguzza, e fodero in materiale metallico ed organico), da qui il nostro Autore, sulla scorta dei più recenti studi, procede a ritroso, al fine di definire le caratteristiche tipologiche del modello del gladius tardo-repubblicano.
L’analisi procede per ambiti di ritrovamento, dal deposito di Gracurris (anni 80 a.C.) i cui frammenti evidenziano il tipo di gladius tardo-repubblicano (con lama leggermente curvilinea, punta di c. 15 cm., fodero in materiale organico ed anelli di sospensione), l’Autore qui condivide l’opinione di F. Quesada Sanz; si esamina poi il gladius di Delo, cui gli scavatori attribuiscono una lama diritta (ritrovato nel 1986 nella casa omonima, in uno strato di distruzione dovuto ad un incendio del 69 a.C.) dato tipologico che, in assenza di esami ai raggi X, il nostro Autore ritiene difficile accettare.
Radiografie effettuate sulla spada da Osuna hanno invece mostrato chiaramente una lama pistiliforme.
L’Autore esamina anche alcuni altri esemplari che egli tende a leggere non come armi romane, bensì influenzate da queste ultime (spada da Gerico; spada da Defenneh, Egitto); invece, per quanto riguarda la spada di Es Soumaâ l’Autore ritiene, soprattutto, per la tipologia del fodero, di doverla espungere dal corpus.
Quanto ai foderi (di legno e cuoio) del gladius tardo-repubblicano, e rispettivi elementi di sospensione, l’Autore sottolinea la netta differenza con i foderi delle armi galliche; esso è portato generalmente a destra (Polibio) ed è sospeso al budriere mediante anelli, come si osserva sulla stele del centurione Minutio; anche le fibbie dei cinturoni sono esaminate.
L’Autore si sofferma sulla forma della lama del gladius tardo-repubblicano che oltre ad essere profilata (sagomata), come nel mondo meditteraneo (greco ed italico) dalla 2a metà del I° millennio a.C., è anche “pistiliforme” (Rapin 2001); diversa è la problematica delle spade lateniane con fendenti paralleli, innovazione questa che compare nell’Hallstatt finale. Diversa anche la soluzione terminale del codolo dell’impugnatura, con evoluzione leggermente convessa perfettamente allineata ai bordi della lama, nel gladius romano; diversa la soluzione lateniana del La Tène medio nel punto di incontro, rientrante (sebbene di pochi millimetri), dello sviluppo inferiore del codolo in relazione alle estremità della lama.

Quanto alla complessa problematica del prototipo, l’Autore muove da P.Coussin circa l’origine del gladius tardo-repubblicano: all’epoca della II Guerra Punica i romani al contatto con gli Iberi che utilizzavano la spada lunga usata di taglio e di stocco, hanno modificato il loro gladius adattandolo a quest’ultimo. F.Quesada-Sanz ha, tuttavia, mostrato che i Romani hanno adattato la spada degli iberi, derivata quest’ultima dal modello di spada del La Tène antico. Un adattamento da parte degli Iberi ha, poi, subito anche il fodero, qui il ponticello è sostituito da un elemento di sospensione con anelli.
La spada iberica che sarebbe servita da prototipo al gladius hispaniensis aveva fendenti diritti, mentre la tendenza per i gladii romani era piuttosto con fendenti curvilinei.
L’elemento di sospensione presso gli Iberi era dotato di 3 o 2 anelli, mentre presso i Greci erano contemplati 4 anelli (da quest’ultimo modello greco deriverebbero i 4 anelli di sospensione dei foderi di epoca augustea, sebbene nel mondo greco la spada fosse portata a sinistra.

L’Autore esamina le armi da getto (pag.63), e sulla scorta di Quesada Sanz, i quattro termini utilizzati da Varrone, per indicare tali armi: hasta, jaculum, tragula (associata da Cesare ai Galli) ed il pilum; di questi solo l’ultimo, il pilum, costituisce per il II ed il I sec. a.C. “un excellent marqueur de la presence de l’armée romaine”.
I pila si distinguono dalle lance (lances) quanto all’elemento terminale in ferro munito di un lungo gambo di sezione circolare, quadrangolare, o esagonale che prolunga l’asta in legno e termina con una corta punta; essi, una volta scagliati, attraversavano lo scudo e la corazza del nemico.
L’Autore riferisce la descrizione di Polibio (libro VI) ed i confronti (cronologicamente più tardi) con le armi del Mausoleo di Glanum.
L’Autore distingue due grandi famiglie di pila, i pila ad incavo (à douille) ed i pila a codolo largo (à languette), di questi solo i pila a codolo largo sono sintomatici della presenza di legionari romani. L’Autore riferisce di 2 varianti a seconda della lunghezza -25-40 cm./40 cm. minimo-; della forma della punta –con appendici laterali/o piramidale o quadrilobata con sezione a croce-; e della placca terminale -di forma rettangolare, a clessidra o in forma di pera con bordi alternativamente sollevati e con fori per l’alloggiamento di rivetti che saldavano il ferro all’asta lignea/o di forma rettangolare con due rivetti; con una ulteriore terza variante mista tra le due soluzioni.
I paragrafi 5.2.3 e 5.2.4 rispettivamente dedicati alle armi da difesa attiva, gli scudi e da difesa passiva, gli elmi. Punto di partenza sono sempre le fonti antiche (Polibio, Tito Livio, Varrone), nonchè le fonti iconografiche, che attestano l’uso dello scudo rotondo, di circa 90 cm. di diametro, parma, portato dai cavalieri, e lo scutum, scudo lungo e convesso, formato da due parti, di circa 1,2 mt.x75 cm., rafforzato da una spina con umbo centrale (fusiforme, e munito di alette), di cui si può osservare un originale in legno da Kasr al-Harit in Egitto: “généralement considéré comme le seul exemplaire romain complet d’époque républicaine connu à ce jour”.
Anche per gli elmi l’Autore in via preliminare si affida alle fonti ed ad una approfondita ricognizione della bibliografia; questa ha individuato alcune grandi famiglie di elmi: elmi di bronzo ispirati alla tradizione greca (non riscontrabili nella tradizione celtica; ipoteticamente individuati sul rilievo storico romano -ad es. elmi di bronzo con visiera terminante sui lati a volute-, ma probabilmente usati, nella realtà, solo da particolari personaggi); elmi etrusco-italici a bottone (già cd. tipo Montefortino), databili tra il IV ed il I sec. a.C. (abbastanza diffusi nel bacino del Mediterraneo, nelle Gallie ed in Spagna, diffusi in Italia nei territori di contatto tra Celti ed Etruschi, elmo tipico dei legionari tra III secolo e fine II, esso è dotato di un corto coprinuca, ed un bottone sommitale, reca decorazione incisa sul bordo inferiore della calotta e sul bottone, reca paragnatidi); elmi di tipo Buggenum (elmi a bottone molto vicini al tipo precedente tanto che H.Russel Robinson li considera ancora come appartenenti al gruppo Montefortino, tipi C-D; l’unico esemplare databile all’epoca cesariana è da Sisak in Croazia); elmi di tipo Hagenau e Weisenau (il primo tipo Hagenau della tipologia di Coussin è fortemente allineato al tipo Buggenum, anche con bottone sommitale, poi, caratterizzato da un’ampliamento del coprinuca, da una visiera -Stirnband- al fine di parare i fendenti paralleli al volto; la datazione è tra l’inizio del I sec. a.C. e l’epoca flavia. Il tipo Weisenau è il primo elmo in ferro del legionario romano, sprovvisto di bottone sommitale, diffuso dall’epoca augustea media fino al II secolo).


 


La Troisième partie è dedicata all’armamento nelle Gallie durante i secoli II e I a.C.; essa si apre con un’analisi di sintesi circa le fonti archeologiche anche a mezzo di diagrammi a barre; segue la trattazione tipo-cronologica. Si comincia con le armi di punta (fourreaux et épées/glaives) di tradizione celtica e romana.
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Il paragrafo 7.1.1 contempla i foderi e le spade (épées) di tradizione celtica.

  • Il paragrafo “Les fourreaux et épées de tradition celtique” contempla Fourreaux du type 2 de Giubiasco (variantes a, b, et c) et leur épée (il tipo è caratterizzato da un fodero a puntale -bouterolle- lungo con bordi paralleli e ponticello a staffe –pontets à pattes- corte o a staffa inferiore lunga; la datazione è tra la fine del LT C2 e l’inizio del LT D1a, quindi nel corso del II sec. a.C.; le spade associate hanno lame tra i 73-87 cm., a fendenti paralleli, punta arrotondata, sezione a losanga o lenticolare; all’interno del tipo l’Autore indica tre varianti –il modello è basato sui ritrovamenti di Giubiasco-: variante a avec desbouterolles à pinces emboutit;variante b avec des bouterolles à une ou deux pinces plates; una terza variante c: pontets à pattes inférieures longues, des entrées campaniformes ou droite et des bouterolles très longues à bords parallèles); Fourreaux de type Ludwigshafen (variante 3c de Giubiasco), de type Montmartin, de type Ormes et de type Pîtres (variante 3b de Giubiasco) et leur épée (il tipo Ludwigshafen, in ferro o in bronzo, del LT finale, individuato a partire dal ritrovamento del 1886 nel porto renano omonimo, è caratterizzato da un fodero con ingresso diritto, da un puntale pieno, lungo c.35-40 cm., provvisto di una zona intermedia dove l’incontro di due pinze determina una ellisse, ed una estremità naviforme piena; di questa tipologia A.Haffner studia la tecnica di fabbricazione; T.Lejars una possibile evoluzione diacronica anche col passaggio del ponticello a staffa verso un ponticello a placca che si sviluppa su tutta la larghezza del fodero; M.Schönfelder propone il passaggio dal ‘tipo’ al ‘gruppo’, impostazione questa che viene accettata dal nostro Autore a patto che l’appartenenza al gruppo risieda esclusivamente nell’osservazione di determinati dettagli, quali: il puntale con ellisse e l’estremità naviforme, essendo tutti gli altri dettagli meno significativi e più problematici a causa di eventuali riparazioni; in particolare, la misura della distanza tra l’inizio della pinza inferiore –dove è ubicata l’ellisse- e l’estremità del puntale -che nel tempo si allunga- può costituire un buon indicatore per l’attribuzione dell’oggetto ancora al tipo 2 di Giubiasco, <10 cm., oppure già al gruppo di Ludwigshafen, >10 cm.; l’Autore raffina ulteriomente l’argomento -figg.57-58- individuando, all’interno del medesimo gruppo, un type Montmartin, prevalentemente prodotto in ferro ed un type Ludwigshafen, prevalentemente in bronzo, ciascuno con evidenti peculiarità); Fourreaux à échelle (variante 3a de Giubiasco) et leur épée (l’Autore distingue due gruppi per questo tipo di foderi caratterizzati da bordi paralleli, estremità massiccia ed una serie di elementi trasversali -1° gruppo, lungh. totale del fodero 60-70 cm.; 2° gruppo >80 cm.-); Fourreaux de type plumier (senza punta) et Fourreaux de tradition mixte à bouterolle massive courte (in legno con breve puntale metallico -Fig.67 per le tipologie-).pernet_paris-snat-a19_187
  • Il 7.1.2 contempla foderi e gladii (glaives) di tradizione romana (analisi basata su circa cinquanta reperti), rinvenuti nelle Gallie e collocabili nel I sec. a.C.. L’Autore sintetizza le differenze tra le spade lateniane con fendenti paralleli associate a foderi metallici introdotte nel mondo celtico nella fase dell’Hallstatt finale (tipologia sconosciuta per l’età del bronzo e fino all’Hallstatt C) ed il mondo mediterraneo, greco, italico ed iberico, che sin dalla seconda metà del I millennio a.C. utilizza spade ‘à lames galbées’, con fodero in materiale organico -legno e talvolta cuoio- con elementi metallici di rinforzo; il gladius romano si inserisce in questa tradizione ma con la ulteriore peculiarità della lama curvilinea (waisted sword).
    I gladii (glaives) di tradizione romana (a differenza delle spade celtiche, qui l’analisi non può essere condotta sui foderi, in quanto in buona parte perduti) vengono suddivisi in 3 gruppi: 1° gruppo, gladii con crociera campaniforme e relativo fodero (solo 3 esemplari, caratteristico il sistema di sospensione con elementi ad anelli, 2 nel terzo superiore ed 1 nel terzo inferiore, quest’ultimo probabilmente per collegare la spada posteriormente al cinturone; in uso tra la fine del LT D1 e l’inizio del LT D2); 2° gruppo, gladii a guardia dritta e lama lunga (si contano circa 27 esemplari con lama tra i 60-70 cm., con placca di guardia ovale, con foderi in metallo e legno, utilizzato nel LT D2 e gli inizi dell’età augustea); 3° gruppo, gladii a guardia dritta e lama più corta -tipo Mayence o Main- (la lama non oltrepassa i 50 cm.; gli esemplari sono noti da ritrovamenti fluviali o da accampamenti militari; è in uso nel periodo augusteo-tiberiano).

L’autore procede all’analisi degli umboni di scudo, distinguendo il tipo Mokronog (in uso in Slovenia e nell’Italia del nord, questo tipo ha delle alette in forma di ali di farfalla che gli conferiscono una forma quasi rotonda; l’Autore contrariamente a Rapin -Brunaux/Rapin 1988- non considera questo tipo come il precursore degli umboni rotondi lateniani diffusi invece nella cultura di Przeworsk, nella Gallia belgica e nelle Alpi orientali, i quali sprovvisti di spina erano solo un’arma difensiva); umboni ad alette rettangolari lunghe (variante 2a e 2b); umboni ad alette rettangolari corte; umboni circolari.

Quanto agli elmi di tradizione gallica attestati nelle Gallie durante il La Téne finale, l’Autore si sofferma sugli elmi tipo Port (elmi in ferro del LT D2b, composti da due parti, con calotta semisferica, provvisti di coprinuca, caratterizzati dalla decorazione a sbalzo di sopracciglia sulla parte anteriore della calotta; l’Autore, come U.Schaaff e G.Waurick, considera questo tipo di tradizione gallica; tipo Alésia/celtique occidental/westkeltischer typ (a differenza del tipo Port, questo tipo è realizzato in un’unico pezzo; l’Autore ha individuato due varianti: una variante con bordo di larghezza costante ed un coprinuca poco marcato; una seconda variante con coprinuca più lungo della visiera e rientranze laterali in corrispondenza delle paragnatidi; quest’ultima variante, secondo l’Autore, potrebbe aver giocato un ruolo importante nell’evoluzione degli elmi romani della tarda repubblica-inizi età imperiale); tipo Coolus/Mannheim (la differente terminologia relativa ad un tipo leggero ed ad uno pesante è di M.Feugére -1993-: il tipo Coolus è un elmo leggero, la datazione in base al rinvenimento in contesti chiusi, nonchè il ritrovamento, eccezionale, nel relitto de la Mandrague de Giens, il cui naufragio è anteriore al 70 a.C., fa propendere per un inquadramento cronologico già verso la fine del II sec. a.C.; l’elmo di tipo Mannheim, più massiccio, presenta decorazioni e motivo a treccia sul bordo, di ispirazione italica, questo tipo, evoluzione del tipo Coolus, potrebbe essere stato prodotto ed usato dall’esercito romano agli inizi del I sec. a.C., l’Autore propone di vedere degli ausiliari nei possessori degli elmi di questo tipo recuperati a Nîme e Vieille-Toulouse).

Seguono la Quatrième partie: Les auxiliaires dans les Gaules aux IIe et Ier siècles av. J.-C. in cui sono delineate le vicende storico-sociali delle popolazioni galliche nei rapporti con Roma, ed infine la Cinquième partie: Synthèses et conclusions (che precedono il Catalogo dei corredi) punto nodale in cui si incrociano le vicende storiche e le informazioni ricavate dai ritrovamenti archeologici al fine di misurare per ciascuna area di interesse il picco delle prestazioni in qualità di ausiliari dei popoli gallici in relazione alla storia di quei territori nell’ambito della progressiva romanizzazione e relative diverse cronologie.
Si comprenderà a questo punto che il fulcro dell’opera gravita proprio su questi ultimi capitoli; fondamentale sarà per il lettore l’osservazione della documentazione grafica dei contesti e relativa analisi critica (in forma di schede).

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